DOMENICO CARA
PIERO ROMBI
La lingua del colore nella dimensione del labirinto
L’avvio e il riavvio nel clima della creatività di questo artista è esattamente un’intima peculiarità esistenziale. Diviene immagine del viaggio, un soggettivo incipit della prospettiva e, probabilmente, un’azione maieutica dell’individuale ricerca cromo-poetica. Il chiuso e l’aperto di questa prerogativa sono affidati all’idea sostanziale di Piero Rombi di occuparsi dei luoghi a cui offrire l’entusiasmo della propria ispirazione sul segno, sul colore, in cui egli si esprime ormai segreto protagonista da alcuni decenni. Ecco, mai teatrale ma entità significante di una reale scelta di sé. E in questo razionalissimo gioco, non ambivalente o mimetico, abita il suo io.
L’opera, nella simultaneità itinerale, non si mescola a linguaggi sperimentali arditi ed effimeri e, senza abbandonare l’Isola sarda da cui la propria intrinsecità proviene, cerca la forma con una proiettività limpida, direi trascendente, per ritrovarsi, per mare e per terre, in un luogo dell’anima la cui struttura diviene labirinto, dentro cui in effetti l’uomo, primordiale o contemporaneo, è sempre vissuto, qualunque siano state le sue vicende esemplari o comico-tragiche in lotta per l’inserimento nell’universo, dove è stato posto per essere operativo e, in linea con il suo tempo, valori simbolici e mitici compresi, le pulsioni filosofiche.
L’iniziazione dell’artista è matematica e spiritualistica, consuma aspetti cosmici e grafici di limpida entità emozionale, fissa in essa il commento della verità proprio attraverso elementi rettilinei, cifre e ritmi intrecciati e in rivolta sul bianco, come uno scioglilingua a configurazione visiva, mobile, vivendo del suo paradosso consecutivo e abile, sindone di una conflagrazione storicistica oltre che innumerevole e logica. Cosa non descrivono qui certi incantesimi iridati e vivi ! L’ordito enuncia per fili e vicende di forma variabile una favola attiva, ultimo o penultimo fiore di un’irrealtà imbastita sulla formalità del reale riassunto.
Il temporale si avverte sull’esilio del frammento in una mappa degli stupori connessi, non in modo vasto o esteso, ma nella fase circoscritta di un labirinto ideale. In esso sono avvenute le manifestazioni dell’uomo, grigie e aurorali, frementi e distese, filtrate dalla violenta prassi o da contrasti oggettivi, ad usum delphini o allusive e provvisorie. La stessa nozione delle varianti ha una sua efficace eloquenza, non morbida né rigorosa. Nel limite, l’affresco rappresentativo espone la sua empiria di intrecci, annodi, contraddizioni morfologiche, stadi esemplari e sofisti, ibridati per emblemizzare la presenza del racconto all’interno di una pittura tutta-luce, e navigabilità non lattiginosa o insicura ma diretto montaggio di ciò che nella comunicazione diventa sogno anziché progetto configurale, muto.
Nella medesima impassibilità di questa attenzione alla descriptio della forma esiste una summa di esorcismi razionali, pitagorici, salvati dalle tendenze concettuali e qui riproposti in modello idillico, di simulacri, anzi paesaggi, non irrivelanti, né provvisori, del tutto emancipati, resi quadro di vicissitudini, dove il gesto si rigenera, non è potenziale o enigmatico, né semplicistico e differenziato, pur ripetendo le traiettorie, i movimenti ellittici d’un percorso ritmato in formulazione omologante, ma non avara di ellissi non faticose o prive di spettacolare fluidità estetica e quotidiana, resa in trascrittura necessaria e in rituale geometrico non assolutizzante, o regressivo fino a diventare pallido emblema.
Il contesto scritto o dipinto dallo sfondo terso, fa emergere un autonomo ritratto di figura; la bellezza è nell’allegoria disanatomica, coronata da graffiti, da controlli disegnativi impeccabili, da itinerari che diventano verbum del corpo. Ci sono Pasifae ed Edipo, un Auriga, e un circonfuso groviglio in cui ruota il seduttivo ed estremo, imprescindibile e lesto “anonimo” che potrebbe essere ognuno di noi. E’ in questo genere di mosaici che Piero Rombi si costruisce il nido della voluttuosa creatività, un po’ ironica, un po’ provocatoria e dosata, in cui fruga il finito, forse in cerca di ulteriori identità umane e disumane, e chissà: la sofferenza, la memoria, i fantasmi esistenti in un groviglio, ma non certo i puri manichini o le streghe delle tenebre stridule e tristi, senza mai parole buone o un bel verso che annunci un’inedita fascinazione oltre il pubblico e umido loto.
Questa cromatica dialettica della molteplicità circolare si avventura in un imperativo didascalico, fondando inediti sembianti, interni araldici di fregio, che continua un cammino e lo dispiega a ritroso. In progressioni incalzanti e persino automatiche; è in tutto corrispondente alle ascese e discese dell’inconscio senza cielo né punti di riferimento sociologico. Sembra una divagazione ingorda, priva di lapidi o di riscoperte sperimentali, invece rissessta ogni suo aspetto in figura e si espande in una macchia responsabilmente limitabile, non irsuta e nuda. Non c’è dietro questo alcun oceano sorpreso, ma è piena la vita civile e irregolare che essa ci ridona, quasi per illuminazione e insieme tecnica di una rivolta,non ermetica, bensì in dimensione persistente, labirintica quanto mai e psicanalitico assedio individuale, o pianeta toponomastico di una strategia in formulazione quasi arcana, adottata per conferire all’arte dei nostri anni ulteriori conflitti, se non integrali, appunto in sintagmi apocalittici, oltre le cose.
L’immaginazione imprevedibile di Piero Rombi dunque è definita dallo stesso colore che rinasce o trasuda in tutta la gamma relativa ad “una festa dell’intelletto” come scrive Paul Valery. Essa divide ed assiepa le forme, come un assiduo grido,immediato, naturale, quintessenza di tutte le maniere di prospettare un lavoro in equilibri ottimistici, conviventi, non traditi da alcune novità provvisorie e di tendenza. E l’informazione, che in principio sembra aleatoria e forse eccentrica, si caratterizza musicale, per scansioni non straniere: né decadentismo né morsure pop. Se mai cerca le stelle, poiché l’essenza della gioia è l’indiziale substrato; ed è come un lungo interrogarsi dell’artista sulla sua accettazione dello spirito, che guida al sogno il fermento emancipato dell’impegno evolutivo.
L’immisurabile è quindi proteiforme nelle varie oscillazioni del ludo insinuante. Si rappresenta narrabile, in parte iperbolico, per impulsi ottici e accumuli simbolici; l’investigazione non è censiva, ma mette in scena l’ellitticità di un certo varco fantasioso. I brandelli caleidoscopici invadono il tracciato presupposto, in un atteggiamento che non è soltanto “letterario”, ma rifiuto di realtà occluse da esplorazioni del quotidiano: realistiche, ludiche e lucide, inserene e quanto mai perturbative. E ciò che in ogni caso si dipana da presupposti potenziali dell’ossessione del mutevole ha bisogno di altro mondo, di cui intanto Rombi si nutre, senza adeguarsi al senso circoscritto.
DOMENICO CARA
(Milano 7 Marzo 2006)